José Medina Galeote
Robert Pettena
Suburbia nasce come spazio di ricerca e come luogo di incontro tra sensibilità artistiche diverse, accomunate da una stessa esigenza: interrogare il presente attraverso linguaggi visivi che non si accontentano della superficie. Il programma degli artisti che documentano la storia e la visione della galleria riflette questa ambizione: non una linea stilistica unica, ma un dialogo aperto tra pittura, fotografia, video, installazione e suono. Un dialogo in cui le tensioni sono produttive, le differenze generano attrito creativo, e ogni voce mantiene la propria autonomia senza rinunciare alla conversazione collettiva.
Lavorare con gli artisti significa, per noi, accompagnare processi che spesso richiedono tempo, attenzione e disponibilità all'incertezza. Non selezioniamo opere finite da inserire in un catalogo predeterminato: seguiamo percorsi, osserviamo come le ricerche si trasformano, come le domande cambiano forma da un lavoro all'altro. È questo sguardo sul processo, oltre che sul risultato, a definire il modo in cui Suburbia costruisce il proprio programma espositivo e il proprio rapporto con chi produce arte oggi.
Pittura e spazio: la memoria del paesaggio
Jake Aikman è uno degli artisti con cui Suburbia ha sviluppato un percorso espositivo particolarmente intenso. Nato a Johannesburg, Aikman lavora con la pittura come strumento di indagine della percezione visiva e della memoria del paesaggio. Le sue tele si muovono in una zona di confine tra figurazione e astrazione, tra la nitidezza apparente di una veduta e il suo progressivo dissolversi in campiture di luce e pigmento. Il risultato è una pittura che non illustra il mondo ma lo interroga: cosa rimane di un luogo quando lo si osserva con attenzione prolungata? Cosa sopravvive nella memoria, e in quale forma?
La mostra Vestiges, presentata da Suburbia, ha offerto al pubblico un'occasione rara di immergersi in questo universo sospeso, fatto di acque basse, orizzonti sfumati e silenzi visivi che parlano più di quanto dicano apertamente. Il lavoro di Aikman è un esempio di come la pittura possa ancora essere un mezzo radicalmente contemporaneo, capace di misurarsi con la velocità e la saturazione dell'immagine digitale senza soccombere ad essa.
Fotografia, video e la costruzione del reale
Mabel Palacín porta nella ricerca di Suburbia una visione che si muove con disinvoltura tra fotografia, video e installazione. Il suo lavoro esplora le strutture della narrazione visiva, i meccanismi attraverso cui le immagini costruiscono realtà, creano aspettative, ingannano o rivelano. Palacín non si limita a documentare il visibile: smonta le convenzioni della rappresentazione e le rimonta in forme inaspettate, spesso con una precisione quasi chirurgica che convive con una sottile ironia.
La sua presenza nel programma di Suburbia è indicativa di un interesse della galleria per le pratiche artistiche che mettono in discussione il proprio stesso statuto, che si interrogano sulla natura dello sguardo e sulla posizione di chi guarda. In un'epoca in cui le immagini proliferano senza sosta e la distinzione tra reale e costruito si fa sempre più labile, il lavoro di Palacín acquista una rilevanza che va ben oltre il contesto strettamente artistico.
Giovanni Ozzola lavora con fotografia, video e installazione in un modo che potremmo definire poetico nel senso più rigoroso del termine: le sue opere non decorano lo spazio ma lo trasformano, introducono uno scarto tra ciò che si vede e ciò che si percepisce. La mostra Mirage, presentata da Suburbia, ha esplorato i territori dell'illusione ottica e della soglia percettiva, indagando quel momento preciso in cui la visione vacilla e il reale si apre a una molteplicità di interpretazioni. Ozzola è un artista che lavora con la luce, con il tempo e con lo spazio come se fossero materie plasmabili, e il risultato è sempre una esperienza che si deposita nella memoria dello spettatore con una persistenza difficile da spiegare razionalmente.
Il corpo, il travestimento, la politica dell'immagine
José Medina Galeote introduce nel programma di Suburbia una dimensione performativa e concettuale che dialoga in modo fecondo con le altre ricerche presenti. Il suo lavoro affronta temi come l'identità, il travestimento, la costruzione sociale del genere e del ruolo, spesso attraverso una strategia visiva che mescola seduzione estetica e critica politica. La mostra Camouflage ha rappresentato un momento significativo nel percorso della galleria: un lavoro che usava il linguaggio della moda e del corpo per smascherare meccanismi di potere e di controllo che operano proprio attraverso quelle superfici apparentemente innocue.
Medina Galeote è un artista che non teme la complessità né la contraddizione: le sue opere abitano lo spazio del paradosso con grande consapevolezza, riuscendo a essere contemporaneamente belle e disturbanti, piacevoli e scomode. È esattamente questo tipo di tensione che Suburbia cerca di portare nel proprio spazio espositivo.
Un programma in dialogo costante
Ciò che accomuna gli artisti di Suburbia non è uno stile, una nazionalità o una generazione, ma una disposizione comune nei confronti del proprio lavoro e del proprio tempo. Tutti i nomi che abbiamo documentato nel nostro percorso condividono alcune qualità essenziali:
- Una capacità di lavorare in profondità su un problema, senza cedere alla facilità della soluzione immediata.
- Una disponibilità a mettere in discussione i propri strumenti e linguaggi, anche quando questo comporta rischi formali.
- Un rapporto con lo spettatore che non è mai di condiscendenza né di ermetismo fine a se stesso, ma di invito a uno sguardo più lento e più attento.
- Una consapevolezza del contesto storico e culturale in cui si opera, che si traduce in opere capaci di parlare al presente senza rinunciare a una dimensione più duratura.
Suburbia continua a costruire il proprio programma con la stessa cura e la stessa curiosità con cui ha iniziato. Seguiamo le mostre che organizziamo, le fiere a cui partecipiamo — da JustMad a The Others Art Fair di Torino — e i progetti editoriali che documentano questo lavoro come tappe di un percorso che non ha una destinazione fissa ma ha una direzione precisa: verso un'arte che interroga, che resiste, che rimane.